Quando, sul finire del 2014, il museo del ciclismo di Roeselare è stato chiuso per ristrutturare la vecchia stazione dei pompieri in cui era ospitato da quasi 30 anni, nella città natale di Jean-Pierre Monseré e Patrick Sercu ci si è chiesti come poter valorizzare al meglio alcuni dei suoi tesori durante la lunga fase dei lavori. Il problema non era tanto invididuare una nuova sede, ma come far convivere i cimeli ciclistici raccolti con lo spazio che avrebbe dovuto ospitarli: una vecchia chiesa della città ormai sconsacrata.

Il dubbio deve essere durato poco perchè da queste parti il ciclismo è una tradizione talmente radicata e rispettata da essere riconosciuta quasi come una religione, senza temere alcun tipo di accusa di blasfemia, tanto che lo stesso Briek Schotte, fiammingo vincitore di mondiali e Fiandre nell’immediato dopoguerra, una volta raccontò così la sua carriera: “Per gli spettatori eravamo delle divinità, le uniche divinità che potevano vedere da vicino e con cui potevano scambiare qualche parola“. Da una scelta forzata come il trasloco, dunque, è nata l’idea che sta alla base di una delle esposizione di ciclismo più intelligenti e divertenti al mondo, denominata appunto “Cycling is a religion“.

La mostra/museo gioca in maniera scanzonata e intelligente sulla contrapposizione tra i cimeli sacri del ciclismo e la chiesa che li accoglie, guidando i visitatori in una sorta di pellegrinaggio nella religione ciclistica, partendo inevitabilmente dal Giro delle Fiandre, la grande celebrazione locale che in diverse occasioni è coincisa proprio con il giorno di Pasqua. Una Pasqua che è richiamata anche dalla divertente via crucis che circonda la navata centrale: 14 stazioni segnalate da foto che ritraggo l’agonia dei corridori, le accuse cui vengono sottoposti ma infine anche i miracoli e la risurrezione. Gli altari laterali sono invece tutti dedicati alle varie tematiche sacre del ciclismo, dalla cerimonia al peccato, dalle superstizioni alla vita monacale sino alla divinità vera e propria, che qui come altrove non può che avere il nome di Eddy Merckx. Il tutto si sviluppa intorno all’installazione più imponente: l’enorme croce di ferro che troneggia dove un tempo stava l’altare, composta da rottami di vecchie bici saldate insieme da un “frate operaio” d’eccezione: Johan Museeuw.

Il museo di Roeselare riesce a cogliere con la dovuta ironia un aspetto unico della cultura fiamminga, che al suo ciclismo dedica e ha dedicato omaggi di ogni genere. Un’esposizione che si spera sopravviva al prossimo trasloco, e che a suo modo completa quella più classica che si può vedere nel principale museo ciclistico delle Fiandre: il Centrum Ronde van Vlaanderen di Oudenaarde. Collocato a poche centinaia di metri dal traguardo dove ogni anno si conclude il Giro delle Fiandre, il Centrum è più di un museo, tanto da includere un negozio, un ristorante, una immancabile birreria (che produce un’ottima ambrata a tema, chiamata Flandrien) e una sala per eventi. Ma è sottoterra che custodisce il suo segreto migliore, un museo interamente dedicato alla corsa con la più calorosa partecipazione popolare al mondo.

La mostra del Centrum è stata quasi interamente rinnovata la scorsa primavera in occasione della centesima edizione del Fiandre. Dopo un’evocativa accoglienza all’interno di una sala video, ispirata ai numerosi tendoni che vengono montati a bordo strada per accogliere le feste in occasione delle corse principali, il museo si prosegue su tre sale in cui vengono presentati di volta in volta i luoghi e i personaggi della gara, in un percorso semplice e comunicativo (nonostante sia in lingua fiamminga) che culmina con una serie di giochi a quiz, in cui testare la propria conoscenza sulla storia delle classiche del nord. Nell’esposizione non mancano curiosità in grado di stupire anche i maggiori esperti, soprattutto riguardo al “dietro le quinte” del ciclismo, tra l’organizzazione di corsa e la produzione radio-televisiva.

Due mostre diverse che raccolgono due in forme diverse una stessa enorme passione, quella che ogni primavera porta centinaia di migliaia di persone ad assistere alle classiche fiamminghe, e migliaia di ciclisti da tutta Europa a sfidare se’ stessi sugli stessi percorsi nelle prove amatoriali. Una passione talmente forte, da non differenzarsi quasi più da una vera religione.

Filippo Cauz

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