“Oggi mi sono esaltato guardando il Giro d’Italia: stupendo”. E che “impresa” ha compiuto Pogacar. Ce lo ha raccontato uno dei tanti italiani che non era (più?) abituato a vedere il ciclismo in televisione. Eppure le gesta, sportive e non solo, di Tadej lo hanno affascinato di nuovo, come un bambino. Sorpreso come quel bambino cui il fenomenale sloveno ha regalato la borraccia chiedendola a un suo meccanico durante l’ascesa del Monte Grappa. La sesta perla dopo i successi di tappa a Oropa, sulle orme di Pantani, nella crono di Perugia, sull’arrivo a Prati di Tivo e poi ancora tra la neve del Mottolino a Livigno e sul Monte Pana.

Sei manifestazioni di pura superiorità agonistica, pur sempre rispettosa dei rivali, staccati però di dieci minuti, come nel ciclismo di una volta. E rispettoso l’atleta della corazzata Uae Team è stato verso la storia della nostra corsa a tappe, verso il pubblico, che lo ha amato come pochi altri campioni dopo il ‘Pirata’ (che aveva già omaggiato due anni fa alla Tirreno-Adriatico sul suo Carpegna). Lo confermano i numeri sulle strade d’Italia, tappa dopo tappa, dai ‘pantaniani’ di Oropa fino ai 100mila tifosi e più di Bassano e del Grappa.

Ora Pogacar proverà a vincere il Tour de France, nello stesso anno, proprio come ‘Il Pirata’ che fu l’ultimo a riuscirci. Se riuscirà a sconfiggere il danese Vingegaard che gli ha precluso il successo nelle ultime due edizioni vedremo. Quello che è certo, intanto, è che il ‘Bimbo’, Tamau in sloveno, tornerà in Italia. Sia perché la ‘Grande Boucle’ parte proprio dall’Italia, che ancora orfana di un erede di Nibali non gli farà mancare nuovamente il supporto, sia perché al Giro, che gli ha oggettivamente conferito una popolarità sportiva di quelle riservate ai più grandi, vuole vincere di nuovo.

Il talento di Pogacar era già evidente agli appassionati (difficile non cogliere la classe), ma la ‘Corsa Rosa’ lo ha innalzato agli allori delle gesta uniche, di quelle che trascinano le folle, lo ha instradato nel solco dei Merckx e dei Bartali, dei Coppi e degli Hinault, per citarne alcuni. Se n’è accorto questo ‘Cannibale’ dal cuore buono: “Sono state tre settimane in cui ho vissuto tanti bei momenti, mi ha fatto piacere vedere tanti bambini acclamarmi sulle strade”, ha ripetuto dopo l’arrivo a Roma. “C’erano tanti ragazzi che indossavano le maglie del Pogi Team, la squadra giovanile a cui ho dato il nome. E’ stato speciale il calore del pubblico”. Ha amato tutto di questo Giro: “Devo dire che è stato organizzato molto bene, con un percorso interessante. Forse durante questa ‘Corsa Rosa’ sono anche cresciuto come uomo. Come corridore mi sono sentito bene come non mi succedeva da un po’, e spero di migliorare ulteriormente per ciò che resta della stagione”. Resta umile e anche questo è sorprendente.

Quando tornerà al Giro, ha assicurato, sarà “per rivincerlo” di nuovo, un bis che manca quasi già da dieci anni, dal secondo successo del nostro ‘Squalo’ e prima di lui, Contador e Basso. Chissà quanto tempo ci vorrà e chissà che Pogacar non provi a vincerlo tre volte, o quattro o cinque. O forse più. O forse no. Ma non importa, quello che sta facendo oggi è già da leggenda. Ora riprende la sua personale sfida ‘Senza fine’, come il trofeo che ha alzato, come le parole che ci siamo trovati a spendere per questo extraterrestre della porta accanto, anzi del Paese accanto al nostro.

Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il presidente di Rcs MediaGroup Urbano Cairo e il direttore del Giro d’Italia Mauro Vegni, hanno consegnato a Tadej Pogacar il trofeo ‘Senza fine’ (Foto: Lapresse)

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