Un giro di 88 chilometri duro ed impegnativo, con 2300 metri di dislivello; ciclo (turismo) d’altri tempi, tra montagne selvagge, sentieri sterrati, tratti privi di protezione, lunghe salite e scorci paesaggistici che lasciano a bocca aperta.

Siamo a Pieve Vecchia,  al confine nord della provincia di Brescia; di buon mattino iniziamo a  pedalare sulla ex SS 237, dove le acque calme del piccolo lago d’Idro riflettono i primi raggi del sole. Con Marco, prezioso compagno di pedale, scaldiamo la gamba fino ad Anfo; appena fuori paese giriamo a sinistra, al cartello che indica passo Baremone e Maniva. La stradina si impenna subito sopra i tetti del borgo, nascondendosi nel fitto bosco che ricopre tutta la montagna, per riemergere dopo quasi 12 chilometri di tornantini a gomito e rettilinei micidiali. Le fredde cifre dicono di 1000 metri di dislivello al 9.5% medio, con punte al 13-15% e tanto “veleno” nel tratto finale. Il fondo, granuloso e pochissimo scorrevole contribuisce a rendere la salita ancora più dura, ma salire in bici sopra questa stradina è pura poesia in movimento; scorci del lago, rumori del bosco, qualche casa sparsa, tantissima ombra e silenzio totale. Un posto magnifico, fuori dal tempo; al rifugio Rosa, a 1446 metri di quota, recuperiamo fiato e forze e via, tra pinete e campi in quota. Dopo tre buie gallerie, la stradina si trasforma in uno stretto sentiero sterrato e molto accidentato, più adatto ad una mtb che alla bici da corsa.

Sassi e fondo sconnesso, l’ equilibrio in bici diventa molto precario, ma la piccola valle del torrente Abbioccolo offre panorami mozzafiato con  la roccia che  incombe sulle nostre teste e  numerosi pinnacoli calcarei che puntano verso il cielo. Poi finalmente compare una specie d’asfalto per altri 3 chilometri; il nastro d’asfalto (precario) taglia il pendio con pendenze decise, aggirando una malga fino ai 1720 metri del Dosso Alto. Le mucche al pascolo suonano i loro campanacci; sotto, in val Trompia, ecco le case di Collio e di S.Colombano, davanti a noi, spiccano due enormi parabole radar di una vecchia base Nato.
 

Siamo circondati da una corona di monti imponenti; l’edificio del rifugio del passo Maniva, 1664 metri sul livello del mare, è alla fine di un accidentato sentiero in leggera discesa, scorticato e pieno di massi. Superato il grande piazzale del rifugio, imbocchiamo la mitica strada 345 delle tre valli; si sale ancora con pendenze a doppia cifra per 8/9 chilometri. La sede stradale è ampia, lunghi rettilinei a scavalcare vasti prati fino ad arrivare, dopo una decisa contropendenza al Dosso dei Galli a quota 2100. L’ambiente è severo, spoglio, il vento spazza la terra che incontra il cielo terso, tra piccoli laghetti glaciali, massi sparsi e tanto silenzio. In giro non si vede nessuno; dopo un tratto asfaltato si prosegue in cresta su sterrato in leggera discesa ed un paio di saliscendi; un maestoso paesaggio alpino che mette quasi soggezione. Quando arriviamo, in una nuvola di polvere, al rifugio del passo Croce Domini, a 1892 metri s.l.m., per un meritato e gustoso ristoro, la grande fatica è praticamente finita. Mancano ancora molti chilometri, ma sarà tutta (o quasi) discesa, divertimento allo stato puro.

Bella, filante, lunghissima, la strada srotola uno scenario da brividi (benchè la mia ruota posteriore balli che è un piacere), con le cime ancora innevate dell’Adamello a fare da sfondo. Gaver, Valle Dorizzo, Bagolino, la deviazione per Cerreto e poi Riccomassimo, Lodrone ed infine ecco i tetti di Ponte Caffaro. Ritornati sulla ex 235 costeggiamo tutto il lago d’Idro nella sua lunghezza attenti al traffico che pùo risultare, in qualche momento, molesto, ed in pochi minuti siamo al nostro capolinea di giornata, Pieve vecchia. Un giro che ha lasciato il segno sulla mia bici (due forature e due raggi rotti), ma soprattutto nella mia testa… Indimenticabile, unico.

 
 
Graziano Majavacchi
(foto tratta da Gulliver.it)

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