Articolo pubblicato su BIKE Volume 3, gennaio-marzo 2021

Sono passati cinque anni. E sembra già trascorsa un’eternità. Di pandemia, lockdown e quarantena non se ne parlava. Ma ora che il Covid sta cambiando radicalmente il nostro modo di muoversi, quell’iniziativa presentata nel novembre 2015 in un piccolo paese della provincia di Lucca tra curiosità e simpatia, diventa la base fondante della mobilità ai tempi del coronavirus.

In bici al lavoro e il Comune ti paga: era questo il progetto lanciato a Massarosa, primo in Italia a ricompensare fino a 600 euro l’anno chi sceglieva di pedalare per raggiungere l’ufficio, anziché farlo con la propria auto. Il primo esperimento in Italia di Bike to work. Un’espressione che sembrava così lontana e inapplicabile nel nostro Paese e che invece – complice l’emergenza sanitaria e un utilizzo forzatamente ridotto del trasporto pubblico – adesso diventa una valida alternativa per spostarsi quotidianamente.

In realtà, in giro per l’Europa, il Bike to work è un concetto molto più familiare. Nel Regno Unito, ad esempio, incentivi e detrazioni sono attivi dal secolo scorso: dal 1999, infatti, chi si reca in ufficio pedalando ha diritto a uno sconto del 30% quando compra una bicicletta. Tra le altre capitali europee da guardare con ammirazione c’è Parigi, una delle realtà che ha trasformato la fase 2 in un esperimento pro-mobilità sostenibile: aumento sensibile dei km di piste ciclabili, intensificazione delle zone 30 e altre politiche virtuose che si rifanno all’esperienza partita un lustro fa, con il rimborso chilometrico (0.25 cent al km per il bike to work) con vantaggi e sgravi fiscali per le aziende. E ancora, in Belgio c’è già una platea di 500mila lavoratori che riceve una gratificazione economica in busta paga: ogni chilometro vale 23 centesimi in più sullo stipendio. Più recente ma maggiormente articolato è il bonus previsto in Germania da due anni; nel 2018, infatti, il Governo tedesco ha approvato una legge che sostanzialmente detassa le biciclette fornite dalle aziende ai propri dipendenti.

A contribuire all’utilizzo delle due ruote per raggiungere il posto di lavoro c’è anche l’exploit delle e-bike, un aiuto anche per chi è costretto a spostamenti non ridotti e che teme di non avere il giusto allenamento – o per mancanza di tempo –, per muoversi ogni giorno. Solo nel primo mese post lockdown, in Italia le vendite di bici tradizionali e a pedalata assistita hanno fatto segnare un +60% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, con un aumento di circa 200mila pezzi venduti nel solo mese di maggio sul 2019. Numeri firmati Confindustria Ancma (Associazione nazionale ciclo motociclo accessori), secondo cui non va legato e limitato il trend in crescita all’ecobonus: “Crescono l’interesse e la domanda attorno alla bicicletta a prescindere dagli incentivi”.

Merito anche di modelli positivi istituzionali che cominciano a palesarsi anche nel nostro Paese. Sul Bike to work uno degli esempi migliori, confermando una sensibilità particolare per le due ruote, è rappresentato dall’Emilia Romagna. Per incoraggiare l’uso della bicicletta, la Regione ha infatti stanziato 3,3 milioni di euro complessivi, allargando fino ai comuni con meno di 50mila abitanti la platea dei beneficiari dei contributi statali indicati nel Decreto Rilancio. Previsti incentivi chilometrici per gli spostamenti casa-lavoro in bicicletta ai dipendenti di aziende per 20 centesimi a km, nella misura massima di 50 euro mensili cadauno.

A Bologna, per rimanere in zona, il Bike-to-work si trasforma anche in un ‘concorso a premi’ sulla app Wecity, con caschi, riparazioni, t-shirt e parcheggi custoditi per chi sceglie un mezzo sostenibile. Emilia Romagna, ma non solo. Sono numerose, infatti, le regioni e le città che si stanno uniformando, prevedendo sconti e incentivi, da Bari ad Alghero.

Anche le Università si stanno muovendo, come dimostra il caso della Bicocca: la fase post Covid è destinata a trasformare il quartiere milanese a tal punto da prevedere un Piano coordinato da due noti mobility manager (Matteo Colleoni dell’Università e Stefano Porro di Pirelli). A loro è stato affidato il compito di ‘rileggere’ il quartiere all’insegna di una mobilità lenta che possa ‘accogliere’ il ritorno delle 40mila persone che quotidianamente popolano la zona.

Se le istituzioni e gli enti locali prevedono provvedimenti ad hoc, anche le aziende provano a muoversi in autonomia, incoraggiando un bike to work fatto in casa, con l’acquisizione di flotte di mezzi da mettere a disposizione dei propri dipendenti.

La Fiab (Federazione Italiana Ambiente e Bicicletta) ha preparato un vademecum con utili indicazioni per rendere i luoghi di lavoro bike-friendly così da incentivare il bike-to-work tra i lavoratori. Servono incentivi e sgravi, ma è fondamentale soprattutto pedalare e parcheggiare in sicurezza, oltre alla possibilità di disporre di uno spogliatoio per potersi cambiare. Non a caso, l’impegno della Federazione italiana ambiente e bicicletta ha portato, nel 2016, al riconoscimento Inail dell’infortunio in itinere per chi sceglie di andare al lavoro in bicicletta.

(Foto: Shutterstock)