Articolo pubblicato su BIKE Volume 8, edizione spring, aprile-giugno 2022

Il nome di battesimo gli è stato dato per onorare la memoria di Serse Coppi, il fratello del grande Fausto, che in virtù di tale omaggio fece avere a sua mamma un biglietto di ringraziamento. Biglietto che ancora oggi custodisce gelosamente nella sua casa in Umbria. Serse Cosmi, nato a Ponte San Giovanni (Pg) nel maggio del 1958, è un allenatore di calcio col dna ciclistico.

Personaggio di spessore, innamorato di pallone e pedali, L’uomo del fiume (è il suo soprannome e anche il titolo anche della sua autobiografia), avrebbe voluto fare il liceo classico, come le sue due sorelle, “ma mia mamma mi spedì a ragioneria perché temeva che al classico avrei fatto troppo casino e non sarei stato all’altezza”, ha raccontato a Bike Channel in una puntata del Salotto di Greg & Magro. “Mio padre era un appassionato di ciclismo”, ha confidato l’allenatore che ha iniziato la sua carriera nella squadra del paese natale, Pontevecchio, tra Prima categoria ed Eccellenza, per poi scalare con merito le gerarchie del calcio italiano fino a raggiungere la serie A con il Perugia e la Champions League con l’Udinese. “Da piccolo sono andato più volte a vedere il passaggio del Giro d’Italia quando la Corsa rosa passava da Perugia e dintorni”, racconta, e “ancora oggi aspetto sempre il giorno in cui viene svelato il percorso per vedere se ho la possibilità di andare sulla strada a vedere i corridori”.

Cosmi è un appassionato vero, anche se non pedala, un osservatore attento capace di emozionarsi per le imprese che valgono: “Non amo una corsa in particolare, anche se le classiche del Belgio e il Giro hanno un’atmosfera speciale, e quando posso seguo tutte le dirette in tv, dall’inizio alla fine. Mio figlio”, prosegue, “mi chiede sempre come faccio e cosa ci trovo di bello nel vedere i corridori che pedalano per ore e ore senza che apparentemente accada nulla”. E cosa risponde? “Ciò che conta non è solo l’epilogo, che si tratti di una volata o di uno scatto in salita, ma tutta la costruzione e la narrazione che c’è prima. Ancora però”, scherza, “non sono riuscito a convincerlo”.

Dagli esordi nel professionismo sulla panchina dell’Arezzo alla consacrazione a Perugia, e poi ancora Genoa e Udinese, Brescia e Livorno, Lecce, Siena e Pescara e tante altre squadre ancora: Cosmi è stato un girovago del pallone. Ovunque sia andato ha lasciato una traccia. A volte memorabile, a volte meno (a livello sportivo s’intende), ma ha sempre conquistato tutti con la schiettezza, le intuizioni calcistiche e la genuinità. “Il calcio, come il ciclismo, evolve e si modifica ed è giusto così”, commenta, “ma non dobbiamo mai dimenticare la centralità del fattore umano”. Invece, mette in guardia, “oggi si scelgono gli allenatori guardando agli algoritmi e in ritiro i calciatori quasi non si parlano perché stanno concentrati sul telefonino. Mentre quello che fa la differenza, in una partita come in corsa, non dimentichiamocelo, sono sempre l’uomo e la squadra: l’intesa, l’amalgama, la coesione, il legame che ci deve essere in un team restano elementi fondamentali, al netto del peso che possono avere la tattica, la tecnologia e l’innovazione”.

In questi anni Cosmi ha apprezzato soprattutto Vincenzo Nibali, tra gli italiani, e ora Tadej Pogacar, che lo lascia spesso a bocca aperta per quanto è in grado di fare quando pedala. Un posto speciale nel cuore del professore (non tutti forse sanno che Cosmi ha studiato all’Isef e ha insegnato nuoto e attività motorie prima di diventare allenatore professionista), però, è ancora di Pantani: “Marco mi ha stravolto. È stato unico. Nel luglio del 1998 ero in ritiro con l’Arezzo ad Anghiari (Ar)”, ricorda. “Avevamo doppia seduta e in genere quella del pomeriggio si faceva verso le 17. Bene, io la spostavo sempre alle 18 perché prima dovevo finire di vedere la tappa del Tour de France. I miei giocatori quasi non ci credevano, ma io gli spiegai che fino a quando non sarebbero arrivati a Parigi l’orario non sarebbe cambiato”. Punto. “Per fortuna venni appoggiato dai miei dirigenti, molti dei quali avevano la mia stessa passione. Pantani, del resto, era qualcosa che andava oltre”. Anche per L’uomo del fiume che, in carriera, di campioni e momenti topici dello sport, ne ha visti e vissuti di ogni genere.

(Foto: Getty Images)