Un tratto di strada di mille metri tra una settimana e l’altra. Un passaggio sotto la flame rouge per riordinare sette giorni di pensieri sparsi legati al mondo del ciclismo e non solo. Ultimo Km è la rubrica di Pietro Pisaneschi che riannoda i fatti del weekend e li intreccia con la mente fredda del lunedì mattina.

A mia memoria, Thibaut Pinot è l’unico corridore (fate pure l’unico sportivo) che abbia aperto un profilo Instagram per una sua capretta. Lo ha fatto durante il lockdown, quando ha riscoperto il piacere di vivere immerso nella natura e ha iniziato a ponderare l’idea di ritirarsi. Lo ha detto lui stesso a L’Equipe, annunciando che a fine stagione appenderà la bici al chiodo a 33 anni. Quella bici che, sempre a suo dire, è stato il suo unico pensiero da quando era bambino fino a quel marzo 2020. Lì ha capito che per stare bene c’era anche altro.

Mi piace inaugurare questa rubrica del lunedì parlando di Pinot, un corridore che ha sempre incrociato il mio gusto per il modo di correre e di presentarsi. Scalatore formidabile con la maglia bianca rossa e blu della FDJ aperta, il filo della radiolina che ciondola sul petto, la bocca semichiusa e gli immancabili occhiali da sole. Un corridore riconoscibile, espressivo, che mostrava la fatica ma senza esagerare. Niente volti trasfigurati alla Fabio Aru o smorfie alle telecamere in stile Thomas Voeckler per intenderci. Semplicemente l’essere uomo che pedala e non cyborg che sembra non sudi neppure.

Avremo un’altra stagione per vederlo all’opera. Soprattutto in Italia, terra che ha sempre amato e che ha in ogni occasione ricambiato l’affetto vedendolo transitare sulle proprie strade. Tirreno-Adriatico, Giro d’Italia e Il Lombardia a chiudere. Nel mezzo, un saluto necessario al Tour de France. Una stagione vera, da febbraio a ottobre, perché un’altra caratteristica di Pinot è stata quella di correre tutto l’anno e non di dedicarsi esclusivamente ad una corsa in particolare. Parlo al passato, lo so, ma entro già nell’ottica di doverlo salutare a fine stagione.

Ho letto tante cose su Pinot in questo weekend, alcune veramente molto belle (a Battistuzzi su Il Foglio va la mia personalissima maglia gialla). Non ho trovato nessuno che ne parli male. Ma dai commenti sotto alcuni post e articoli e messaggi scambiati in chat, ho notato che sono tanti gli appassionati che lo considerano una promessa non mantenuta. La parola più ricorrente è “rimpianto”, per quello che Pinot poteva essere e in realtà non è stato. Non solo, una considerazione che mi è parsa interessante è questa: il Pinot immaginario supera il Pinot reale.

Una foto tratta dal profilo Instagram di Kim, la capretta prediletta di Pinot.
Una foto tratta dal profilo Instagram di Kim, la capretta prediletta di Pinot.

Parto con ordine. Non sono d’accordo sulla questione del rimpianto. Pinot, ad oggi, ha vinto 33 corse in carriera tra cui Il Lombardia 2018. A molti corridori basterebbe questo successo in una delle cinque classiche monumento per chiudere la carriera con serenità. Ci sono anche 3 tappe al Tour de France, 2 alla Vuelta e una al Giro d’Italia nel 2017 ad Asiago. Non ha mai vinto un grande giro, è vero, ma bisogna disancorarsi dalla concezione categorica che un corridore sia o meno vincente in base a quanti Giri o Tour (la Vuelta, chissà perché, non viene mai considerata) abbia in bacheca. Il rischio è che si verifichino dei cortocircuiti come quello di ritenere Primoz Roglic un corridore “poco vincente” (3 Vuelta consecutive e una Liegi) o considerare Damiano Cunego (1 Giro e 3 Lombardia) un’eterna promessa. Non mi piace l’idea di appore delle etichette alle persone.

La seconda idea è invece interessante. Quanta suggestione ha avuto sugli appassionati la figura di Pinot? Tanta, su questo concordo, e la tragicità di certi momenti della carriera non ha fatto altro che amplificarla. Il Pinot del Giro 2018 svuotato e in crisi che arriva a Cervinia scortato dai compagni e poi finisce direttamente in ospedale: podio sfumato. Il Pinot in lacrime che monta sull’ammiraglia dicendo addio al Tour 2019 quando sembrava potercela fare davvero a interrompere la maledizione che non vede un francese vincitore della corsa di casa dal 1985. Abbandonò la corsa nella tappa di Tignes poi neutralizzata a causa di una frana. Era a 20″ da Egan Bernal poi vincitore, aveva trionfato sul Tourmalet (ultimo arrivo in vetta alla montagna oscura) e il giorno dopo era arrivato 2° a Foix dietro a Simon Yates. Volava quell’anno, Pinot. Niente da fare.

Poi il mal di schiena, il lockdown, la riscoperta della natura e il ritorno alla vittoria lo scorso anno, a Lienz durante il Tour of the Alps, dopo due anni a bocca asciutta. Tutti abbiamo avuto la suggestione che Pinot potesse essere o, a questo punto, sia stato qualcosa che in realtà forse nemmeno lui ha mai pensato di essere. Volevamo che Pinot fosse un vincitore di corse a tappe, di grandi giri, quando invece ne ha portati a termine 7 su 14. Miglior risultato? un 3° posto al Tour 2014. Solo in un’altra occasione è finito in Top 5 (4° al Giro 2017). Ci siamo comportati come quei genitori che vorrebbero che il figlio facesse il medico o l’ingegnere, quando invece lui è più portato per scrivere canzoni.

Ognuno ha le proprie inclinazioni. Pinot ha vinto quello che doveva vincere, ha avuto sfortuna come tanti altri corridori. Che abbia raccolto meno di quello che meritasse o potesse ottenere è materia che non mi scalda: la strada è strada e le corse sono corse, è il bello del ciclismo. Valutiamo Pinot per quello che ha raccolto, che ci ha fatto provare e non per il corridore immaginario o immaginato.

Personalmente (avverbio che ricorrerà spesso in questa rubrica) mi è sempre sembrato un corridore allegro, incurante del giudizio degli altri. Un corridore che, ogni volta che ha attaccato il numero sulla schiena, lo ha fatto con la convinzione di poter vincere. Spesso ha commesso degli errori tattici, e probabilmente anche questo ha amplificato la simpatia nei suoi confronti. Perché sbagliare è umano, come sudare o piangere per una delusione. Goditela Thibaut, quest’ ultima stagione, e faccela godere anche a noi che comunque rimaniamo sempre un po’ ancorati a quella suggestione di vederti vincere un giorno il Giro o il Tour. Imperterriti, è un idea che ci rincuora e ci scalda.

lascia un commento