Filippo Vogliardi sulle gravel può certamente dire la sua. Tanto è vero che, durante questa intervista, la parola “gravel” è ritornata talmente tante volte da rendere assai complicato non risultare, almeno da un punto di vista lessicale, quasi ripetitivi. Titolare con il fratello Enrico di Aloha Bikes – dal 2009 moderna officina e negozio specializzato nella vendita e riparazione di biciclette sportive e da passeggio -, è punto di riferimento per molti nella zona dei Colli Euganei, dove lavora con passione e dedizione, vivendo l’ambito della bici a tutto tondo. Insieme hanno già organizzato eventi e nel loro futuro c’è qualcosa di ancora più importante.

Più conosco questo mondo e più mi pare di capire che chi compra una gravel cerca qualcosa di più di una semplici bici.
Mentre nelle classiche tipologie di bici c’è un segmento identificativo, a dire il vero la bici da gravel per me non esiste: se ci pensi è il terreno ad essere gravel, più che la bici. Storicamente noi italiani abbiamo un’ottima tradizione ciclistica ma in questo ambito oltre oceano ci hanno insegnato molto. Il gravel negli Usa è competitivo da un bel po’, di conseguenza i primi prodotti che si sono visti in Italia studiati con geometria gravel erano pensati per gare in grandi spazi con chilometraggi molto lunghi. Noi l’abbiamo rilassata e resa quasi una bici da viaggio, più confortevole.

Il “gravelaro” può anche non essere un atleta nel senso stretto del termine, come il ciclista da strada? Ultimamente ci stiamo accorgendo, invece, che c’è un sacco di utenza interessata allo spirito race. Esiste certamente quello che si beve la birretta prima di partire ma esiste anche l’ex ciclista da strada che ha voglia di provare qualcosa di nuovo. Tra questi due estremi ci sono tutte le sfumature possibili, cosa che nella bici da corsa, ad esempio, è meno frequente.

Ed è, senza dubbio, anche una grande moda.
A me le mode stanno antipatiche… ma forse questa ha il risvolto positivo di avere avvicinato alla bici molto più pubblico. Voglio dire, prima di acquistare una bici da corsa, ci pensi un bel po’. Serve una filosofia da atleta…

La gravel, invece, la vivi un po’ più liberamente?
Esatto, magari ci faccio una ventina di chilometri solo quando c’è il sole o quando mi va. Risulta essere un pensiero meno impegnativo. Anche la posizione in bici è più rilassante.

La gravel nasce in alluminio?
Nell’ambito competitivo. In Europa, invece, si ragiona molto sull’acciaio. Storicamente anche le bici da viaggio sono così.

Perché, se si rompe, così la puoi aggiustare?
Questa è una leggenda. Servirebbero strumenti adeguati e non è così scontato come uno si immagina.

Voi come siete arrivati fino a qua?
Sono appassionato da sempre di tutti i segmenti che la parola bici piò offrire (Bmx, enduro, strada, ecc). Avevo tre biciclette e ho imparato a prendermene cura. Quella prima manutenzione che ogni ciclista dovrebbe conoscere. Ognuno di noi ha certamente avuto la curiosità di mettere la bici su un cavalletto e capirci qualcosa. A me è successo proprio così.

Ed è anche un po’ il suo bello, no?
Certo. Noi siamo qui per tutti, ma siamo ben felici di parlare con ciclisti che conoscono il loro mezzo. Un po’ come con le automobili: uno la tiene in ordine, la porta all’autolavaggio e rabbocca l’olio, ma per le cose più complicate si rivolge al meccanico.

Io non so nemmeno regolarmi il cambio.
Sembra una cosa facile ma non lo è.

Questo ti ha portato a farlo per altri?
Esatto. Mi occupavo di sport da tavola (windsurf, surf, snowboard). Ogni tanto vado a vedere come si sono evoluti anche questi sport ed è bello scoprire come nel tempo le attrezzature siano diventate più accessibili a tutti. Nei primi anni duemila, ad esempio, arrivare a una bici che pesasse 12kg non era scontato e le cifre in gioco erano importanti, ora magari non è il primo prezzo, ma non si parla più di prodotti irraggiungibili. Oppure si pensi ai freni a disco idraulico: vent’anni fa costavano tantissimo e funzionavano male.

La vostra produzione?
Abbiamo degli artigiani di riferimento. All’inizio realizzavano le nostre idee. Il nostro era un telaio gravel quando ancora in Italia non esistevano. In quel periodo addirittura alcuni marchi blasonati rinominavano gravel le loro bici da ciclocross, studiate per una performance breve e intensa, non certo per l’endurance. Mancava proprio quel prodotto. Noi avevamo preso spunto da ciò che vedevamo negli Usa. Ora invece la cultura si è affermata e si trova di tutto, quindi abbiamo iniziato a realizzare le commissioni dei clienti. Cerchiamo di assisterli nel realizzare un’idea.

Sul fronte eventi cosa avete fatto e cosa state pianificando?
Sul fronte sportivo (prima del 2009 operavano come staff meccanico in gare di gran fondo e poi nei circuiti 24h, ndr) ci siamo un po’ impigriti, metto subito le mani avanti. Ma quando seguivo gli eventi enduro mai mi sarebbe passato per la testa di organizzare una cosa così complessa. Con la diffusione degli eventi sociali, invece, abbiamo iniziato a organizzare raduni, senza competizione.

In Italia ormai ce n’è praticamente uno quasi ogni weekend…
Si sono allargati a macchia d’olio proprio per la semplicità del format. Mi ricordano le randonnèe, che risalgono addirittura alla fine dell’800. Erano eventi legalmente non strutturati, dei ritrovi spontanei. Erano un po’ il pre-gravel.

Come vi ponete nei confronti di tutto ciò?
Abbiamo tenuto in piedi per sette anni la “Ghiaia”, un evento promozionale e gratuito che si teneva lungo i nostri argini Veneti. Abbiamo sempre creduto che investire in organizzazione sia meglio che investire nei cartelloni.

Certo, coinvolgi il pubblico facendo qualcosa di bello.
Esatto. Il tracciato l’avevo disegnato io insieme ad amici. Cercavamo continuamente le strade migliori. Se ti piace è bellissimo.

Beh, immagino sia scontato che ti piaccia.
Non lo è. Ci sono realtà che forniscono un tracciato palesemente creato online. Quando partecipi scopri ad esempio che il terreno in certi tratti è troppo pesante. Magari ti accorgi che ti hanno dato la traccia sull’erba mentre dalla parte opposta dell’argine c’era una strada battuta. Se ne capisci un pò ti rendi conto che chi l’ha organizzato, di là non ci è mai passato.

Comunque viviamo in un’epoca in cui le app aiutano moltissimo. Ha ancora senso pagare per una traccia?
E’ un po’ assurdo e in questo caso ci sta un po’ di polemica. Non si può risultare simpatici a tutti. Noi ci siamo un po’ defilati proprio perchè queste ormai cose sono all’ordine del giorno. Inoltre con l’allargarsi degli eventi aumentano anche le responsabilità. Se organizzi una festa a casa tua sai chi viene, più o meno. Al massimo ci può essere un amico che porta un’altra persona. Nella Ghiaia era così. Funzionava con il passaparola senza spingere troppo tenendo l’evento con mai più di un centinaio di partecipanti.

Che sono comunque tanti.
Sono tanti, è vero. Se fai un chilometraggio sopra i duecento chilometri sai che hai un bel po’ di gente che sta via quindici o venti ore. Quando il numero di persone aumenta e si inserisce gente che non conosci hai bisogno di qualcosa di più più strutturato. A quel punto serve il certificato medico, l’iscrizione ad una federazione, tutto diventa più burocratico. Paradossalmente trovare il percorso è la cosa meno difficile.

Il futuro cosa vi riserva?
Supportiamo diversi eventi. Il prossimo sarà la Verona Garda Gravel, organizzata da Giorgio Murari, figura di assoluto riferimento, di cui saremo check point. L’anteprima è che nel 2025 vorremmo organizzare un evento importante. Vogliamo provarci. Sarà un evento nello stile randonnèe. Saranno quattrocento chilometri in Veneto su terreno misto da fare, ovviamente, con bici da gravel.

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