Articolo pubblicato su BIKE Volume 8, edizione spring, aprile-giugno 2022

Prima erano le gambe a non fermarsi mai. Ma anche adesso che le sfide sono ben diverse da una gara in bicicletta, lei continua a dare il meglio di sé. Alessandra Cappellotto è stata la prima ciclista italiana, donna, a vincere a San Sebastián, Spagna, nel 1997, il titolo mondiale di campionessa su strada, prima di Marta Bastianelli, Tatiana Guderzo, Giorgia Bronzini ed Elisa Balsamo.

“Mi dicevano che le ragazzine non dovevano andare in bici e che era meglio fare danza, eppure ho fatto le prime gare già a sette anni”, ricorda a BIKE rispondendo al telefono al termine di una giornata trascorsa nella sua vigna, in Veneto. Sono quasi le sei, il sole sta calando e ha appena posato il decespugliatore. Quando non ha impegni, la sua giornata ideale trascorre in campagna, dove non si ferma mai. La bici è ancora la compagna di belle uscite ma guai a definire le sue vittorie un’impresa: “Papà era molto appassionato di sport e ci ha messo in sella fin da bambini; lo ha fatto anche con mia sorella Valeria e mio fratello Flavio. Andare in bici è sempre stata per noi una cosa normale, com’era normale per me conseguire un risultato come quello dei mondiali: ti alleni per vincere”.

Il carattere determinato di Alessandra Cappellotto era già evidente durante gli anni della sua carriera agonistica, non solo in corsa. “Sono cresciuta facendo la portavoce delle mie compagne”, dice: “Ero sfrontata, facevo la parte della sindacalista, poi, a dieci anni di distanza, mi hanno chiesto di dare una mano nelle associazioni di categoria e ho accettato”. Inizia così una nuova fase, che lei definisce la “seconda esperienza nel ciclismo”. Prima è vicepresidente dell’Accpi (l’Associazione corridori ciclisti professionisti italiani), poi referente del Cpa Women, sezione della Associazione ciclisti professionisti presieduta da Gianni Bugno, e infine Road to equality, l’associazione che fonda con Anita Zanatta nel 2021 per combattere il gap di genere nello sport.

“Abbiamo deciso di guardare oltre l’Europa: Ruanda, Algeria, Costa d’Avorio, Marocco, Sud America. Nei Paesi in via di sviluppo rivedo un po’ me stessa”, confida. “Dopo i miei dieci anni di assenza, vedere quello che c’era mi ha dato la voglia di tornare a combattere”. Alessandra si avvicina alle ragazze che hanno pochi mezzi e, attraverso il lavoro dell’associazione, dà una mano per organizzare le gare e organizza webinar per parlare di alimentazione o dare consigli sugli allenamenti. “Sono una persona pratica e so bene di cosa le atlete hanno bisogno. Più gare ci sono, più loro acquisiscono visibilità e indipendenza. Aiutarle ad emanciparsi mi piace da impazzire”.

Nella sua storia c’è un’ulteriore caratteristica che merita di essere sottolineata: il senso del dovere. Emerge perfettamente da una recente vicenda, la storia delle ragazze dell’Afghanistan. Lo scorso agosto Road to Equality è riuscita a portare in salvo un gruppo di giovani cicliste afghane durante l’offensiva talebana: con loro al potere, infatti, le donne non possono essere cicliste e neppure cantanti. “Io e Anita eravamo collegate 24 ore su 24 con Kabul.

Facevamo i turni, chiuse nelle nostre stanze”. Un’emergenza internazionale difficile che lei è riuscita a gestire comunicando con tutti, dalle associazioni locali fino al ministero degli Esteri. “Ci sono stati momenti in cui eravamo così stanche… È stato difficile, ricordo che una notte ho pianto. Ma pensavo: è giusto, devi farlo”. Viene da sé chiederle se questo suo impegno in qualche modo ha a che fare con l’impegno che lo sport richiede, e risponde: “Lo sport si programma, conosci la traiettoria. Questa invece è una cosa diversa e sono convinta che chiunque l’avrebbe fatta allo stesso modo, anche se non conosci i risultati. Sono quelle piccole cose che ognuno deve fare”.

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