Il valore dello sport italiano in termini economico-industriali, occupazionali, socio-culturali e salutistici. A queste domande ha provato a rispondere il Rapporto Sport 2023 presentato al Circolo del Tennis del Foro Italico dal presidente dell’Istituto per il credito sportivo (Ics), Beniamino Quintieri, dal presidente di Sport e Salute (SeS), Marco Mezzaroma e commentato dalla vicepresidente vicario del Coni, Silvia Salis, dal presidente del Cip, Luca Pancalli e dal ministro per lo sport e i giovani, Andrea Abodi.

È la prima ricerca di sistema sull’industria sportiva italiana a cura di Ics e Ses. Il Pil dello Sport ha una dimensione economica di circa 22 miliardi di euro, pari all’1,3% del Pil nazionale: un’industria dal potente effetto leva in termini di ricadute economiche di 2,2x: per ogni euro di investimento nel mondo dello sport c’è un ritorno economico di 2,2€. Un’industria fatta di 400mila addetti, 15mila imprese private, 82mila enti non profit e quasi 900mila volontari.

Una fotografia del mondo dello sport che ne evidenzia le potenzialità, viste le difficoltà degli anni passati. Il Covid ha “bruciato” quasi 4 miliardi di Pil (-76% di investimenti nel 2020), mentre la crisi energetica ha compromesso l’equilibrio finanziario di molte strutture, con l’aumento delle bollette che sono arrivate a pesare per il 45% dei costi fissi totali. Questo ha ingigantito le problematiche di impiantistica – spesso datata ed energeticamente inefficiente – e le differenze territoriali: la metà dell’impiantistica nazionale è al Nord (52%), con Centro (22%) e Sud (26%) meno capillari.

Per quanto riguarda l’impatto culturale dello sport, nonostante una quota di inattivi in calo, sono 38 milioni gli italiani che non praticano sport e solo un quarto lo fa con regolarità, con l’Italia al 21° posto in Europa. Dev’essere la scuola – dove 6 volte su 10 non c’è una palestra – il motore per un’inversione di tendenza.

Elemento culturale collegato a quello socio-sanitario. Il Rapporto, per quantificare i benefici sociali delle politiche di investimento nello Sport, ha elaborato un metodo di misurazione basato sull’indice SROI (Social Return on Investment) pari a 3,0 (per ogni euro investito nello Sport vengono generati 3 euro di ritorni sociali) e al raggiungimento dei Sustainable development goals (Sdgs): ogni euro investito nello Sport determina una riduzione di 2,6 euro di spese sanitarie.

Indubbio quindi il legame con gli spazi urbani. Solo il 16% degli italiani usa la bicicletta per spostarsi all’interno delle città, a fronte di una media europea del 24%. Uno sviluppo urbano che amplia le aree pedonabili, le piste ciclabili e le zone verdi incoraggia l’adozione di stili di vita più salutari e attivi.

A margine dell’evento, BIKE ha intervistato Cordiano Dagnoni, presidente della Federazione ciclistica italiana, per discutere di queste tematiche: “Siamo tra quelli che potrebbero avere i maggiori vantaggi perché da una parte le città spingono per l’utilizzo della biciletta ma dall’altro c’è sempre il pericolo del traffico”.

Il tema infrastrutturale è centrale per Dagnoni: “Avere impianti protetti e sicuri, vere piste ciclabili (e non ciclopedonali) potrebbe essere un grande aiuto per il nostro sport e per l’utilizzo della biciletta in generale, visto anche come stile di vita, per poter far svolgere attività agli appassionati, agli amatori ma anche ai nostri giovani”. E ha aggiunto: “Credo che sia un circolo virtuoso perché fare sport come il ciclismo è utile non solo a livello agonistico ma anche per il piacere di pedalare, basti vedere i numeri del cicloturismo: dà la possibilità a tutti di fare una nuova esperienza, dove poter godere delle bellezze del nostro territorio a livello naturalistico, enogastronomico, culturale e storico. Tutto ruota intorno al Pil che può generare la nostra bike economy che ha un margine molto elevato: attualmente è meno di un quinto di quella tedesca pur avendo molto più da offrire rispetto alla Germania”.

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