Articolo pubblicato su BIKE Volume 4 edizione Spring aprile-giugno 2021

Quelle di Tokyo del 1964 furono Olimpiadi stori- che: le prime del continente asiatico, le seconde consecutive che la Comunità Internazionale concesse – dopo Roma – a un Paese ‘sconfitto’ della seconda guerra mondiale, per chiudere un cerchio di pace che ancora una volta passava attraverso la fratellanza nello sport.

Quelli del 1960 erano stati Giochi storici, perfetti, di totale amicizia: ancora adesso considerati i più belli e i più ‘umani’ del secolo. E in quei Giochi domestici, il ciclismo italiano – al culmine dell’esplosione della sua storica ‘scuola’ – fece la parte del leone nel nostro medagliere, conquistando cinque ori su sei a disposizione (di cui quattro su quattro in pista) per un totale di sette medaglie complessive, compresi un argento e un bronzo.

Era chiaro che il Giappone, al suo debutto mondiale in società, dopo quasi vent’anni di ‘castigo’, non voleva assolutamente sfigurare. E non lo fece. Ma era ugualmente chiaro che l’Italia voleva fare di tutto per proseguire l’eccellente inerzia dei Giochi di casa, rinnovando, per quanto possibile, il buon bottino di medaglie. E il ciclismo, fra tutte le discipline, era quella che non poteva e non doveva ‘tradire’. Sostanzialmente così fu, con tre ori e cinque argenti, anche se buona parte dei protagonisti di Roma erano passati al professionismo, a cominciare dai ‘top players’ della velocità su pista Sante Gaiardoni e Giuseppe Beghetto: l’uno infatti era già diventato campione del mondo, detronizzando nientemeno che Antonio Maspes, l’altro lo sarebbe diventato per ben tre volte detronizzan- do tutti e due.

In realtà il padovano Nane Beghetto a Roma aveva vinto la medaglia d’oro nel tandem, specialità tanto spettacolare quanto simpaticamente anacronistica che si sarebbe estinta tre Olimpiadi più tardi: passando di categoria aveva lasciato in braghe di tela il suo concittadino e fratello Sergio Bianchetto che aveva perso così il suo potentissimo ‘motore’ posteriore. A Tokyo Bianchetto venne dunque affiancato da un giovane talento napoletano, Angelo Damiano, che era salito proprio a Padova per raffinare la sua tecnica di pistard appresa al velodromo dell’Arenaccia. Ne nacque un’alchimia vincente.

Certo, le quattro-medaglie-quattro su pista di Roma erano un traguardo pressoché irraggiungibile, ma nel fantasmagorico velodromo di Hachioji ne ottenemmo comunque più di tutte le altre nazioni: oro nel tandem; oro nella velocità, col veronese Giovanni Pettenella davanti allo stesso Bianchetto; argento sempre con Pettenella nel chilometro da fermo; argento nella nuova speciali- tà dell’inseguimento individuale col goriziano Giorgio Ursi; e argento nell’inseguimento a squadre col veterano Testa (già olimpionico a Roma) insieme a Roncaglia, Rancati e a quel Vincenzo Cencio Mantovani – concittadino di Tazio Nuvolari – che una volta lasciato il ciclismo (e purtroppo prima di morire in un tragico incidente con un deltaplano) fondò una delle più celebri e affermate aziende di abbigliamento ciclistico italiane, la Moa-Nalini. Insomma, con due medaglie d’oro e quattro d’argento, per la pista un bottino assolutamente non trascurabile.

E la strada? A Roma sulle due specialità – la gara individuale e la cronometro a squadre – avevamo conquistato l’argento con Livio Trapè (che si era fatto ingenuamente superare in volata dal tenente dell’Armata Rossa Viktor Kapitonov) e l’oro nella cento chilometri con Bailetti, Fornoni, Cogliati e lo stesso Trapè (Vittorio Adorni prima riserva). Tutti però passati al professionismo.

A Tokyo pertanto ci presentammo con nomi nuovi e le parti si invertirono. I ragazzi della cronometro (Andreoli, Dalla Bona, Guerra e Manza) giunsero secondi dietro all’Olanda trascinata da Gerben Karstens e davanti alla Svezia con tre dei celebri fratelli Pettersson. Mentre dalla prova in linea arrivò la sorpresa dell’oro.

Il capitano della nostra Nazionale era il giovanissimo Felice Gimondi, ma il favorito era l’ancor più giovane e futuro Cannibale Eddy Merckx, che ovviamente fece il matto, ma venne ripreso a un soffio dal traguardo. Nella volatona di gruppo apparve dal nulla il trevigiano Mario Zanin, diventato ciclista per colpa di un infortunio che non gli consentì di proseguire la sua carriera di calciatore. Non avrebbe praticamente mai vinto più nulla in vita sua (se non una tappa alla Vuelta due anni dopo). Ma quell’oro olimpico lo appagò e lo appaga ancora oggi che ha felicemente e serenamente superato gli ottant’anni.

Ecco cosa fu ‘l’altra’ nostra Olimpiade di Tokyo che ci portò la bellezza di otto medaglie complessive. A Ganna, Paternoster, Longo Borghini, Viviani e compagni – nipoti di quei vecchi azzurri vincenti – l’onere di farci tornare a sognare.

Bianchetto-Damiano, Tokyo 1964
Il tandem olimpico d’oro Bianchetto-Damiano a Tokyo 1964 (Getty Images)

(Foto: In alto, Mario Zanin festeggia l’oro a Tokyo 1964; in basso, il tandem olimpico d’oro Bianchetto-Damiano Getty Images)