Davide Ferrario è un musicista e producer con un debole per la bicicletta. Qui ci racconta esperienze e persone accomunate dalla medesima passione. Per scoprire chi è potete visitare la sua pagina Instagram @davideferrario.wav oppure rivedere la sua intervista per le Storie di BIKE.

È grazie alla bicicletta che ho avuto il piacere di conoscere la dottoressa Roberta Volpin, primario di pronto soccorso dell’Ospedale Maria Teresa Di Calcutta di Schiavonia, già balzata agli onori della cronaca per l’intraprendente gestione sanitaria durante il periodo pandemico. Abita a venticinque chilometri dall’ospedale dove lavora e nel periodo estivo si sveglia all’alba per andare a lavorare pedalando.

Insieme abbiamo pedalato spesso nel padovano e io, che solitamente sono già felice dei miei viaggi solitari, mi sono ritrovato ad ascoltare come si gestisce un’emergenza sanitaria, come funziona un triage, quanto si possa essere devoti a un mestiere totalizzante come quello della medicina d’emergenza, oltre a un sacco di altre cose che, a me che sono ipocondriaco fin da quando ho coscienza della mia esistenza, hanno provocato un godimento quasi viscerale.

Roberta Volpin
Roberta Volpin, medico con la passione della bicicletta.

Quando le ho chiesto cosa ci sia di bello nel farsi quasi cinquanta chilometri in sella per andare al lavoro, mi ha risposto: “La nostra azienda ci incentiva a utilizzare mezzi sostenibili. E la bici è il mio mezzo preferito da sempre. Quando lavoravo a Padova la usavo tutti i giorni. Ora la distanza è maggiore, ma l’emozione di percorrere più di venti chilometri all’alba, mentre la campagna e le città si svegliano, è impagabile. Così ho preso una gravel, dopo molti anni di stop. Fa bene, grazie alle endorfine, e mi fa sentire più forte. Dopo una giornata di stress al lavoro non vedo l’ora di salirci di nuovo per tornare a casa”.

Perché vi sto parlando della dottoressa Roberta Volpin? Perché mi ha fatto conoscere un suo collega, Tommaso Grandi, anch’egli medico, ma in una città con molti più problemi di traffico come è Roma. “Fa parte di un gruppo con una bella iniziativa”, mi ha detto dandomi lo spunto per contattarlo. Così gli ho scritto, ci siamo sentiti e mi ha raccontato di Mobilità Sostenibile VIII. Un progetto ambizioso che si propone di limitare l’utilizzo delle automobili in città a favore della bicicletta. Anche Grandi va al lavoro ogni giorno in bicicletta, sfidando il traffico e la viabilità romane, certamente non consuete per chi è cresciuto in provincia come me. Ci ho fatto due chiacchiere al telefono e si ricordava anche di un concerto di Battiato del 2005 in cui facevo il chitarrista…

Perché è così importante un progetto come Mobilità Sostenibile VIII?
La città è un ambiente complesso dove vivono in tanti ed è necessario che i cittadini vivano lo spazio in modo sostenibile per trovare un equilibrio. In Italia persiste il mito dell’automobile degli anni ’70 e c’è ancora una forte tendenza ad improntare le città sull’auto. Basta guardare qualche vecchia foto di Milano o Padova, ad esempio, dove addirittura si parcheggiava sulle piazze. Stiamo cercando di riequilibrare la mobilità attiva, che fa anche bene alla salute, e il trasporto pubblico.

Tommaso Grandi
Tommaso Grandi, medico con la passione della bici.

A Copenaghen se cammini su una pista ciclabile quasi ti insultano. Da noi, a volte, succede il contrario…
Sì, perché per loro quella è la carreggiata. In Italia siamo abituati a portarci a spasso il cane, per loro sarebbe l’equivalente di camminare in mezzo alla strada da noi.

Le istituzioni vi ascoltano?
Per quanto riguarda il cicloturismo, la sensibilità è in crescita; ma per il resto siamo davvero indietro. Un po’ come in Olanda negli anni ’70. A un certo punto le persone si mettevano proprio in mezzo alla strada e bloccavano il traffico. Le istituzioni, in quel caso, decisero di assecondare un movimento che nasceva dal basso. In Italia, Milano e Bologna stanno facendo un po’ da traino ma il percorso è ancora molto lungo. Servono infrastrutture e serve un’educazione, non solo per i cittadini ma anche da parte delle forze dell’ordine che non sono abituate a gestire una mobilità diversa.

La gente è sospettosa?
Le novità hanno sempre fatto paura ma una volta introdotte vengono apprezzate. Ci vuole qui uno strappo da parte della politica, anche a rischio di perdere consenso. L’Italia, del resto, è uno dei paesi più motorizzati d’Europa. Sembra irrinunciabile avere una macchina bella. Siamo forse anche abituati ad identificarci con il modello di auto e il limite di non poterla utilizzare o di non poter parcheggiare dove si vuole viene interpretato come una violazione della libertà. Nella mia famiglia abbiamo un’automobile sola che abbiamo messo in un servizio di sharing (auting.it) quindi, praticamente, la noleggiamo. La prevalenza sono utenti francesi. Per loro è la normalità.

Dovrebbe dirlo a mio padre: tratta la sua Bmw come una reliquia…
Puntiamo sulle nuove generazioni.

A Milano si parla molto di piste ciclabili ma i risultati non sono molto apprezzati da una certa categoria di cittadini, probabilmente anche perché le opere finora realizzate non sono state all’altezza delle aspettative. Penso alla foto diventata virale sul web di un incrocio milanese che sembra la settimana enigmistica. Anche in questo caso si tratta semplicemente di abituarsi?
Anche in Inghilterra c’è una segnaletica orizzontale molto complessa, basta saperla leggere.

Come per le zone 30.
I 30 chilometri all’ora valgono per le strade interne, non per i corsi principali. A Padova, ad esempio, le automobili spontaneamente circolano più lente perché i cittadini sono abituati alla presenza dei ciclisti.

Quello della smart mobility è un business che va regolato?
Certamente molti operatori privati hanno un interesse economico e spesso questi servizi sono usati dai turisti quasi per svago, a volte provocando situazioni di pericolo. Anche questo fenomeno va controllato. A Parigi, per esempio, si può parcheggiare solamente dentro a spazi deputati.

Ci sono anche gli scooter.
In città i tempi li dettano i semafori e a volte la bici è equivalente, se non addirittura più veloce, del motorino. Inoltre, la bici ha costi inferiori e gli incidenti, quando accadano, sono addirittura meno gravi. Ridurre le auto, semmai, inciderebbe molto anche sulla sicurezza stradale. Scontrarsi con un Suv non è come scontrarsi con una bici.

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(Foto in alto: Shutterstock)

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