Davide Ferrario è un musicista e producer con un debole per la bicicletta. Qui ci racconta esperienze e persone accomunate dalla medesima passione. Per scoprire chi è potete visitare la sua pagina Instagram @davideferrario.wav oppure rivedere la sua intervista per le Storie di BIKE.

Ho conosciuto Marcello Pavarin in veste di biomeccanico quando, sentendomi un pochino un invasato, cercavo qualcuno in Veneto per una buona messa in sella. Mi vedevo come uno di quegli amatori un po’ panciuti che si comprano biciclette di lusso per usarle una volta al mese e andarci sostanzialmente al bar alla domenica mattina vestiti di tutto punto e che, grazie alla disponibilità economica, si dilettano nell’acquistare servizi d’elite, ma senza nessuna reale utilità.
Un piccolo problemino posturale, però, sulla bici ce l’avevo davvero ed ecco che mi imbatto in Marcello, titolare di Power And Ride, dove sono tornato più volte nel tempo per perfezionare il posizionamento. Marcello si occupa di preparazione atletica principalmente nel ciclismo e, appunto, di settaggio del mezzo, ma è un ex ciclista su strada di professione. Le prime due edizioni dei campionati mondiali gravel, inoltre, si sono svolte in Veneto e, con orgoglio, ho appreso che il campione del mondo per la categoria senior (dai 35 ai 39 anni) 2023 era proprio Marcello.

Ho letto da qualche parte che avresti partecipato quasi per gioco. È vero?
Un po’ di ragazzi che alleno hanno iniziato a correre su gravel. Nel 2022 c’è stato il primo mondiale, sempre in Veneto. Si sono iscritti a qualche prova in giro per l’Europa e mi hanno invitato a partecipare in Polonia. Io non avevo l’idea di gareggiare, non avevo il tempo di seguire un programma di allenamento come avrei voluto. Sono andato per gioco in Polonia, è vero. Uno di loro è rimasto a casa e mi sono unito. Senza aspettative mi sono qualificato per il mondiale. La cosa buffa è che sono l’unico di quel gruppo che si è qualificato.

Un po’ come quando accompagni un amico a un provino, ma poi scelgono te.
Esatto. Da lì mi sono allenato un po’ di più. La mia idea era quella di vincere il campionato italiano, invece è successo il contrario: al campionato italiano sono arrivato secondo e ho vinto il mondiale.

Ho sempre immaginato la gravel come mezzo cicloturistico, lontano dalla competizione. Invece, anche se da poco, sta diventando una disciplina sportiva a tutti gli effetti.
Anch’io avevo preso la gravel con quell’intento, pensa. Avevo, per l’appunto, deciso di non fare più gare ma di andarci un po’ in giro perché comunque mi piace l’idea di farmi dei viaggi di due o tre giorni dove capita. Poi le federazioni l’hanno resa una delle specialità.

Com’è il livello atletico? E chi partecipa proviene anche da altre discipline?
C’è un po’ di tutto. Ho trovato stradisti professionisti che correvano con me e che come me hanno smesso per poi appassionarsi alla mountain bike e successivamente anche alla gravel. Ci sono, però, per assurdo, meno professionisti di mtb che di bici da strada.

Forse è proprio perché è un’impostazione più vicina alla bici da strada che alla mtb…
Sì, probabilmente per le distanze. Lo stradista è più abituato all’endurance, a stare in bici tante ore. Le medie, inoltre, sono elevate.

È un po’ come il ciclocross, ma su un percorso più lungo?
È più o meno così.

Nessuno degli atleti finora è nato come atleta gravel. Forse è ancora troppo presto, ma si può pensare che in futuro diventi una disciplina sportiva specifica?
Sì. Ora, da quello che vedo, i ragazzi che vivono facendo gravel sono tutti ex professionisti dai 35 in su. Alcuni che correvano con me stanno mettendo in piedi delle piccole squadre su base americana che gestiscono da soli.

Un po’ come la Daytona rispetto alla F1…
E proprio negli Stati Uniti è molto più sentita che da noi. Ci sono molti più premi e molto più interesse.

Insomma, per un ex professionista è una specie di valvola di sfogo, o mi sbaglio? Forse come può essere per me fare la musica elettronica dopo anni di pop. È una ricerca di senso di libertà. L’immaginario della gravel è molto poetico.
Sì, è vero, mentre la bici da strada è certamente più un lavoro.

Come vivi la tua vita al di fuori della gara e il tuo ruolo di preparatore e biomeccanico?
Ho studiato scienze motorie e mi sono praticamente creato il mio lavoro. Nessuno me l’ha insegnato. L’ho imparato dopo anni di ciclismo. Mi occupo di posizionamento e di preparazione atletica, principalmente negli sport di resistenza. Nel tempo sono diventato anche istruttore per la federazione: insegno a ragazzi e adulti ad andare in bici. E faccio pure la guida ciclosportiva.

In Veneto sono in molti a fare il tuo lavoro?
Io ho iniziato nel 2013, ma negli ultimi anni, in verità, molti altri hanno iniziato. Si stanno addirittura diffondendo dei software che aiutano chiunque nel posizionamento; motivo per cui, spesso, purtroppo, si trova gente che non ha mai pedalato e che, però, si occupa comunque di biomeccanica.

Senza competenze?
Conosco alcuni che nella vita facevano tutt’altro e che, improvvisamente, hanno iniziato a occuparsi di questo. Forse sono un po’ polemico sull’argomento… ma non mi sembra corretto lasciare nelle mani di chiunque un tema così importante. Nella preparazione atletica, invece, le competenze sono forse ancor più richieste. E da lì non si scappa.

Come sta vivendo questo momento il Veneto?
Negli ultimi anni ho visto tante persone, anche giovani, iniziare a pedalare. Questo mi piace, oltre che per il mio lavoro, perché mi piace vedere quanto questo sport si stia diffondendo. Purtroppo i luoghi non sono sempre mantenuti come dovrebbero, non dappertutto c’è attenzione reale da parte delle istituzioni, sebbene ci siano potenzialità enormi. Mancano strutture ricettive, inoltre.

Pensi ai cosiddetti “bike hotel”?
Mancano proprio gli hotel! Il turismo di chi va in bici, tra l’altro, è composto da persone che cercano posti di livello. E qui non sempre ce ne sono.

Il boom del post pandemia può aiutare?
Credo di sì. Addirittura dei miei ex compagni di classe, che mai avrei sospettato, hanno comprato una gravel e hanno iniziato a pedalare. È uno sport che ti consente di vedere cose che né a piedi né in macchina riusciresti a scoprire. Perlomeno non con i tempi e le modalità giuste.

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Foto dal profilo Facebook di Marcello Pavarin

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